Tag Archives: letteratura

Mauvaise Pensée

12 Set

L’uomo è un mostro. Tutto il suo ingegno si prodiga nel difendere ed esagerare la propria mostruosità. In virtù del suo potere di distruzione, è il re della creazione. L’uomo può creare solo a spese della creazione.

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Translate by Antonio Occulto

Man is a monster. All his talent strives to defend and exaggerate his own monstrosity. By virtue of his power of destruction, he is the king of creation. Man can create only at expense of creation.

Paul Valéry

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photo by Robert and Shana ParkeHarrison

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Pier Paolo Pasolini

15 Dic

Commosso sulla mia infelicità

Commosso sulla mia infelicità,
felice credo nel conforto della
parola che svela, che degrada.

Temo solo la morte, il puro fatto
della morte. Tutto il resto si gioca.

La decadenza delle arti

12 Nov

Sempre di più avverto, da parte degli editori, la richiesta di attualità. Attualità immediata, istantanea, fresca di giornata. Subito! Subito! Immediatamente! Sforna alla svelta un libro su quello di cui si è parlato oggi al telegiornale, su quello che scrivono i giornali del mattino. Ecco il succo delle loro richieste, dei loro incitamenti, dei loro moniti e appelli.

Questo ritmo, questo affanno, gli editori tentano di imporlo anche alla letteratura. Le qualità essenziali della vera letteratura, come per esempio lo stile, restano completamente ignorate. Due cose sole vengono prese in considerazione. un tema scottante di grande richiamo, e l’istantaneità. Al libro si chiede esattamente lo stesso che a un articolo di giornale scritto sulle ginocchia. Così il moloch dell’attualità divora tutto, digerisce tutto.

Da tale abbassamento della letteratura consegue che tutti sono capaci di scrivere un libro (e lo scrivono!): calciatori, cantanti, ragionieri, poliziotti. Lo scrivere non è più un’arte, anzi non è neanche più una professione: ormai è diventato un mezzo universalmente accessibile per reclamizzarsi, far quattrini o procacciarsi ammiratori. L’inflazione, ecco che cosa minaccia l’arte: il diluvio, l’alluvione, l’inondazione di dilettantismo, di faciloneria, di qualunquismo che macina nelle sue fauci balbettanti tutto ciò che vale, che sta al di sopra della mediocrità e del kitsch. La dittatura della quantità, la dittatura del mucchio. ecco un problema di cui è difficile venire a capo.

E’ questo il segno dei nostri tempi, i tempi in cui tutto invecchia rapidamente per venir subito gettato nella spazzatura; tempi governati da bisogno di novità, dal culto del cambiamento, dalla richiesta esclusiva di portate freschissime, fumanti, bollenti, versate nel piatto direttamente dalla pentola o dalla padella. Oggi non si corredano di date solo gli articoli: sempre più spesso accanto al nome dell’autore compare il suo anno di nascita, perché si sappia di che epoca è, di quale categoria (terza o quarta?), e se quindi valga la pena leggerlo oppure sia preferibile dedicarsi ad altro.

(Ryszard Kapuściński – Lapidarium )

 

 

Diario di un naturalista visionario

3 Nov

Un rospo vale due vespe. Però vespe più grandi di quelle europee. Il volo rapido, scintillante. Uccidono i passeri in volo. Se questi si posano, sono al sicuro, ma le vespe li punzecchiano finché non riprendono il volo. Anche loro filano su e li pungono sul ventre. Il pungiglione attraversa le piume leggere senza piegarsi. I gridi acuti, acuti, così particolari, che a volte si sentono e fanno correre alla finestra, sono quelli di un uccello dolorosamente colpito. Cade presto, molto gonfio, e finché non muore, una decina di minuti dopo, si muove appena.

Il veleno della vespa si usa nella magia nera. Il veleno del rospo gli è superiore, benché più freddo. Si aggiunge meglio al cibo, porta meglio la maledizione, sembra quasi “obbedire”.

[Henri Michaux – poeta, pittore surrealista – 1899/1984][vedi anche Henri Michaux – Teste]

tentazione dello scrittore

22 Ott

Aver scritto qualcosa che ti lascia come un fucile sparato, ancora scosso e riarso, vuotato di tutto te stesso, dove non solo hai scaricato tutto quello che sai ti te stesso, ma quello che sospetti e supponi, e i sussulti, i fantasmi, l’inconscio – averlo fatto con lunga fatica e tensione, con cautela di giorni e tremori e repentine scoperte e fallimenti e irrigidirsi di tutta la vita su quel punto – accorgersi che tutto questo è come nulla se un segno umano, una parola, una presenza non lo accoglie, lo scalda – e morir di freddo – parlare al deserto – essere solo notte e giorno come un morto.

[Cesare PaveseIl mestiere di vivereanche il titolo è suo]

La foresta dei sogni

9 Ott

Il sonno frequenta cupe compagnie fuori dalla vita; sopra i dormienti fluttua il pensiero in decomposizione, un vapore vivo e morto si combina con il possibile che forse, in qualche modo, pensa nello spazio. Da qui i grovigli. La fitta nuvola del sogno si sovrappone alla trasparente stella dello spirito. Sopra le palpebre chiuse, dove la visione ha presto il posto della vista, una disgregazione sepolcrale di sagome e figure si dilata nell’evanescente. Una misteriosa dispersione di esistenze si mescola alla nostra vita sul bordo mortale del sonno. E’ nell’aria che larve e anima si intrecciano. Anche chi non sta dormendo avverte su di sé il peso di quella vita sinistra. Lo attornia una chimera, realtà intuita, e lo turba. L’uomo che cammina attraverso i fantasmi del sonno altrui, respinge confusamente forme che gli passano accanto, e ha, o crede di avere, l’orrore vago dei contatti ostili con l’invisibile, e a ogni istante avverte l’urto oscuro, l’inesprimibile incontro che dilegua. Camminare nella notte popolata di sogni è come attraversare una foresta.

[Victor HugoL’uomo che ride]

un lavoro su carta di Victor Hugo

Appendice 

E’ qui il caso di ricordare che i grandi maestri, poeti o pittori, Hugo o Delacroix, sono sempre in anticipo di parecchi anni sui loro timidi ammiratori. Il pubblico è, rispetto al genio, un orologio che rimane indietro.

Charles Baudelaire, 1855

 

 

 

According to Pavese

4 Set

Bisogna essere pazzi, non sognatori. Essere al di qua dell’assestamento, non al di là.

Un pazzo può ancora rinsavire, ma al sognatore non resta che staccarsi da terra.

Il pazzo ha dei nemici. Il sognatore non ha che se stesso.

 

[Cesare PaveseIl mestiere di vivere – Diario 1935-1950]

 

 

Trattato di Funambolismo

23 Ago

Là in alto, mentre prende confidenza col suo nuovo territorio, il funambolo si sente solo. Se ne vedrà a lungo la sagoma immobile. Aggrappato con le mani alla passerella davanti a questo cavo orizzontale sul quale non osa posare il piede, si crederebbe che egli beva pigramente il sole al tramonto.

Non è così. Egli sta prendendo tempo.

Misura lo spazio, palpa il vuoto, soppesa le distanze, controlla lo stato degli attrezzi, li predispone. Assapora fremendo quella solitudine: sa che, se ce la fa, sarà funambolo.

Vuole allineare alla verticale dei suoi pensieri i suoi dubbi e i suoi timori per issare fino a sé il coraggio che gli resta. Ma tutto ciò richiede troppo tempo. Il cavo guadagna terreno, il cielo diventa cupo, ora un centinaio di metri lo separano dalla piattaforma di fronte. Il suolo non è più allo stesso livello, è ancora più in basso. Dei gridi giungono dai boschi. La fine del giorno è prossima.

Al culmine della disperazione il funambolo impugna il bilanciere e, sul punto di desistere, passo dopo passo, passa.

E’ il suo primo successo.

Resta là per comprenderlo, con gli occhi posati su quella piattaforma tutta nuova, mentre l’oscurità corre raso terra. Condivide con le cime degli alberi la luce che s’attarda più leggera dell’aria.

Solo sul filo, si circonda di un’allegria aspra e selvaggia, compiendo traversate spensierate e prive di ordine nell’umidità della sera. Appende il bilanciere alla passerella prima di prender posto in cima al palo in seno a un frammento di spazio nero e ghiacciato, per accogliere senza angoscia la notte che viene.

(Da Trattato di Funambolismo di Philippe Petit, il più grande funambolo autodidatta contemporaneo, noto per la traversata delle Twin Towers, delle cascate del Niagara, del Notre Dame, e altre. Tutte illegali,senza nessun annuncio o manifesto. Pare che abbia collezionato più di cinquecento arresti in tutta la sua vita. E’ nato nel 1949, a Nemours, Francia.)

I figli sfortunati di Thomas Mann

17 Ago

Leggendo la biografia di Thomas Mann (1875-1955) mi sono imbattuto per risonanza anche nella vita dei suoi figli. Ne aveva sei. Tutti con la stessa moglie Katharina (Katja) Pringsheim (1883-1980), discendente di una famiglia ebraica convertitasi al luteranesimo. Quasi tutti i figli, chi più chi meno, hanno avuto una vita tormentata, a volte difficile, burrascosa, e due di loro hanno scelto il suicidio. Ma andiamo con ordine e metodo in quanto c’è da perdersi in quella che definirei la maledizione della famiglia Mann.

1. Erika Mann (1905-1969), saggista, scrittrice, attivamente antifascista e attrice di cabaret. Autrice di libri per l’infanzia e dell’epistolario intercorso fra lei e suo padre nel libro Mein Vater, der Zauberer (Mio padre, il mago), un libro appassionato e commovente. Nel ’26 convola a nozze con l’attore di successo Gustaf Grundgens e nel ’29 approdano al divorzio. L’ex e unico marito della Erika , era famoso per il ruolo interpretato nel film M – Il mostro di Dusseldorf (1931) di Fritz Lang. Gründgens è protagonista di un romanzo di uno dei fratelli Mann, Klaus, dal titolo Mephisto. Grundgens non gradì affatto il lavoro, a suo giudizio offensivo, del cognato. La storia riguarda per l’appunto un attore che fa carriera nel Terzo Reich. Negli anni ’60, il figlio adottivo di Grundgens intentò causa riuscendo, dopo sette anni di battaglia legale, attraverso la Suprema Corte tedesca, a bandire la ristampa del libro. Nel 1981, dopo la morte di Grundgens,  comparve una nuova edizione e il regista Istvan Szabo ne trasse un film con l’omonimo titolo aggiudicandosi un Oscar.

Erika, l’anno precedente al suo divorzio, intraprese la sua carriera giornalistica e politica. I suoi primi testi per l’infanzia risalgono al ’32 (preceduti da un diario di viaggio scritto insieme al fratello Klaus). Le prime relazioni lesbiche nascono in quegli anni con alcune donne tra cui la regista Therese Giehse. Therese fonderà con Erika una compagnia di cabaret, Pfeffermuhle (il Macinapepe), celebre per i testi dal contenuto politico in chiave anti-nazista.

Nel’35 seguirà la via dell’esilio stabilendosi temporaneamente con il fratello Klaus in Inghilterra. Privata della cittadinanza tedesca, sposerà il poeta inglese omosessuale W.H. Auden (non vivranno mai insieme) per ottenere il passaporto britannico (un gesto di straordinario altruismo da parte del poeta) e successivamente parte per gli Stati Uniti dove lavorerà come corrispondente per la BBC.

Tornerà in Europa nel 1952 e nel ’69 muore a Zurigo.

Erika Mann

2. Klaus Mann (1906-1949), critico teatrale, saggista, brillante e acuto romanziere, antifascista. Tra le opere scritte vanno ricordate:

  • La pia danza (Der fromme Tanz), descrive la Berlino omosessuale del dopoguerra.
  • Mephisto (già accennato), scritto nel ’36 e pubblicato ad Amsterdam.
  • Il vulcano (Der Vulkan), celebre romanzo sugli esiliati tedeschi della 1° e 2° guerra mondiale.
  • La svolta, il suo ultimo romanzo, una toccante autobiografia.

Klaus Mann fu tormentato in gioventù a causa della sua omosessualità dichiarata e dal rapporto difficile col padre, che aveva poco rispetto del figlio. E’ importante leggere, oltre al diario di Erika, anche quello di Thomas Mann che aiuta a capire meglio l’intricato legame e i dissapori. Klaus è morfinomane a causa di una forte e lunga depressione.

Klaus lasciò la Germania nel ’33 trasferendosi in Olanda. Divenne poi cittadino cecoslovacco. Nel ’36 a Princeton, poi New York fino a prendere la cittadinanza americana nel ’43. In America patirà la fame e la solitudine. Dopo aver tentato il suicidio, si arruolerà senza partecipare a battaglie nella Quinta Armata come giornalista, in Italia. Ed è proprio in Italia che Klaus lavora come sceneggiatore di “Paisà” del regista Roberto Rossellini. In Germania sarà considerato uno dei più grandi scrittori del Novecento al pari di suo padre. Morirà a Cannes, nel 1949, dopo aver ingerito una forte dose di barbiturici.

Klaus insieme a Erika

3. Angelus Gottfried Thomas Mann, detto Golo (1909-1994), scrittore, storico e filosofo. Per il terzogenito della famiglia preferisco inserire un articolo eccezionale di Paola Sorge apparso su Repubblica il 29/7/2009:

Quando gli chiedevano di presentare una delle tante manifestazioni celebrative in onore del padre, rispondeva che non intendeva assolutamente essere il vicario di Thomas Mann in terra: per Golo, senz´altro il più dotato dei figli dell´autore dei Buddenbrook, stimato e odiato professore di storia e scienze politiche, autore di veri e propri best seller – la Deutsche Geschichte e la vita di Wallenstein – , in cui la storia è intesa non come pura scienza ma come arte letteraria, il rapporto con il Mago fu un´ossessione che si fece ancora più tormentosa dopo la sua scomparsa. Una delle esperienze più penose e sconvolgenti della sua vita fu, quando ormai settantenne, ne lesse i diari e dovette constatarne lo scarso interesse nei suoi confronti, riconoscere ciò che li rendeva così somiglianti, scoprire man mano che il padre era stato attratto dagli stessi uomini di cui lui si era innamorato.
Una vita, quella del terzogenito di Thomas e Katia Mann, popolata di angeli e demoni, fitta di liti, intrighi e congiure alla Dan Brown; inquieta per le forti depressioni a cui egli era soggetto, per l´avversione che suscitava con le sue critiche durissime ai mostri sacri della Germania del dopoguerra, per la sua omosessualità che, a differenza del fratello maggiore Klaus, tenne sempre rigorosamente segreta. Oggi, a quindici anni dalla morte, le ombre si dissolvono una volta per tutte: vengono alla luce, illustrati puntualmente in una poderosa biografia uscita ora in Germania (Tilmann Lahme: Golo Mann, ed. Fischer, pp.550) le tendenze di Golo, manifeste sin da bambino, per il suo stesso sesso, i giovani amanti che gli allietarono gli anni bui dell´esilio e quelli tormentosi nella Germania del dopoguerra, le sue paure, il suo grande amore per la filosofia, i rapporti conflittuali con i familiari, le sconfitte, il successo tardivo arrivato quando aveva cinquant´anni, le lotte senza esclusione di colpi che egli, nato giusto cento anni fa, dovette affrontare nella sua lunga e tormentata esistenza. Ventenne, il giovane studioso si trovò a combattere contro i più spaventosi demoni del Novecento – Hitler e i gerarchi nazisti –, poi contro accademici illustri che vedevano di malocchio i suoi modi di vita da out-sider e mal tolleravano le sue critiche a una sinistra che, a parer suo, faceva solo vuota teoria senza pensare ad aiutare realmente la gente. In realtà Golo Mann, in origine socialista, non risparmiò critiche al marxismo, agli intellettuali di Weimar, Brecht compreso, che secondo lui si limitavano a ironizzare senza dare un aiuto concreto alla socialdemocrazia, ma anche a Spengler e a Junger che definiva uno “snob dell´osservazione quotidiana”. Epocale fu lo scontro tra lui e i fondatori della Scuola di Francoforte.
Golo, che aveva conosciuto Theodor W. Adorno in California a casa del padre dove il pensatore si recava per assistere Thomas Mann nella stesura del Doktor Faustus come esperto musicale, nutrì sempre per lui una viva antipatia: in una lettera del 1952 lo definì “un essere odioso con la puzza sotto il naso”. In realtà non gli piaceva il suo stile, il suo tono da “supersaputo”; anche la sorella Erika lo vedeva di malocchio, forse gelosa del rapporto amichevole che si era instaurato tra Adorno e il Mago. La polemica scoppiò nel 1957 quando Golo Mann, sostenuto da insigni docenti e dal ministro della Cultura Ernst Schuette, venne proposto per la cattedra di Storia all´Università di Francoforte: Adorno e Horkheimer, secondo fonti più che attendibili, si opposero violentemente alla candidatura di Golo e continuarono a fargli guerra ogni volta che venne proposto adducendo come motivi la sua omosessualità e le forti depressioni che lo costringevano a cure psichiatriche; la sua natura non era adatta all´insegnamento dei giovani universitari, scrissero in una lettera al ministro, ora andata perduta. Inevitabilmente si formarono due schieramenti pro e contro Golo Mann, difeso da personaggi eccellenti come Joachim Fest e Marcel Reich-Ranicki. Secondo quest´ultimo, con il quale Golo si era sfogato, l´omosessualità era solo una scusa: in realtà i Dioscuri della Scuola di Francoforte non volevano al loro fianco uno storico importante che li mettesse in ombra e che, soprattutto, aveva avuto il coraggio di criticare i Minima Moralia. Golo Mann si vendicò accusando pubblicamente Adorno e la “pseudocultura” di sinistra di fare solo inutili analisi. Il pensatore si offese a morte: quando nel 1962 il rettore dell´Università di Francoforte volle affidare a Golo Mann la nuova cattedra di Scienze Politiche, lui e Horkheimer tirarono fuori la conferenza tenuta dallo storico sull´antisemitismo da loro considerata “pericolosa” e lo definirono un “nascosto antisemita”. In realtà il discorso di Golo, pubblicato poi nel volume Storia e storie e apprezzato da storici ebrei e da personaggi come Günter Grass e Uwe Johson, illustra la tragedia degli ebrei tedeschi assimilati, in particolare di quelli conservatori come lui che era un “Mischling” per via dei nonni materni di origini ebree. Anche stavolta Golo Mann non ottenne la cattedra: per la verità era un conservatore, un nazionalista depresso, ma non meritava certo di essere accusato di antisemitismo, sia pure inconsapevole, lui che nella sua opera maggiore ha scritto: «Possono la pace, la felicità e la giustizia essere costruite sulle ossa di sei milioni di ebrei?…».
Intanto Erika soffiava sul fuoco: aveva saputo da Ludwig Marcuse, di un “peccatuccio” di Adorno: nel 1934 egli aveva scritto degli articoli per una rivista musicale in cui approvava il divieto di fare “Negerjazz” considerato “un cattivo prodotto di artigianato”, distruggeva l´operetta di un compositore ebreo e infine lodava un coro maschile che cantava le poesie di Baldur von Schirach, il noto capo della gioventù hitleriana; gli articoli erano stati citati nel 1960 da un musicologo senza il nome dell´autore. La Frankfurter Rundschau a cui Golo si rivolse per render pubblico il fattaccio, si rifiutò di attaccare un personaggio del calibro di Adorno, ma Erika, inesorabile, convinse un collega di filosofia del pensatore ad affidare gli articoli in questione a uno studente che nel 1963 li pubblicò su un giornale studentesco e chiese al pensatore come mai avesse tenuto nascosto il fatto di aver scritto per una rivista nazista e antisemita. Adorno riconobbe di essersi comportato stupidamente e sperò nella clemenza del pubblico; naturalmente era convinto di essere al centro di una campagna denigratoria scatenata contro di lui da Golo Mann.
Dopo tutto questo, non ci deve meravigliare dell´epilogo del dramma: nel 1989, in una intervista televisiva, il grande storico tedesco quasi ottantenne, definì senza mezzi termini Adorno e Horkheimer due “farabutti” aggiungendo che sapeva bene di che cosa stava parlando.

Vorrei solo aggiungere che Golo fu celebre anche per il libro, uscito nel 1989, “Wir alle sind, was wir gelesen” (Tutti siamo cìo che abbiamo letto).

Golo

4. Monika Mann (1910 –1992) è stata anche lei una scrittrice, poco amata dal padre. Dopo la presa di potere di Hitler, nel ’34 si trasferì a Firenze  e coltivò interesse per la musica studiando con il maestro e compositore Luigi Dallapiccola. L’amore per lo storico dell’arte Jeno Lanyi spinse Monika a seguirlo in Inghilterra a causa delle leggi razziali del ’38 e si sposarono l’anno successivo. In seguito ottennero un visto per il Canada e si imbarcarono a Liverpool, nel 1940, sulla nave passeggeri City of Benares, utilizzata per trasferire 90 bambini sfollati dall’Inghilterra al Canada. Disgraziatamente la nave fu silurata durante il viaggio da un U-Boot tedesco, e precisamente il sommergibile U-48 causando la morte di 248 persone di cui 77 bambini. Monika Mann soppravisse dopo aver passato 20 ore in mare aperto sulla scialauppa di salvataggio prima di essere presa in salvo dalla nave da guerra inglese HMS Hurricane che ha riportato i superstiti in Scozia. Il marito, invece, annegò nelle acque dell’Oceano.

Successivamente decise di raggiungere i genitori negli States, ma la convivenza non durò a lungo per via del suo difficile rapporto con il padre. Intanto, proprio in quegli anni, cominciò a scrivere. Si ricordano:

  • Vergangenes und Gegenwärtiges  (Passato e presente, 1955), vita e morte della propria famiglia, l’adolescenza a Monaco di Baviera, la morte del marito.
  • Der Vater (Il padre, 1954), testo in forma di poesia.
Nel ’52 si stabilì per oltre trent’anni in Italia, a Capri, insieme a un  pescatore del luogo Antonio Spadaro, chiamato affettuosamente Toni e al quale dedicherà il testo Passato e presente. Dopo la morte del suo compagno, nel 1985, si trasferisce nella vecchia casa di famiglia a Kilchberg (Zurigo), insieme al fratello Golo, ma terminerà i suoi ultimi istanti di vita nella casa del figlio adottivo del fratello all’età di 82 anni.

Monika

5. Elisabeth Mann Borgese (1918-2002), scrittrice, naturalizzata americana. Nel ’39 sposò lo scrittore, giornalista e critico letterario italiano antifascista Giuseppe Antonio Borgese, morto nel 1952 (fu uno dei 13 docenti universitari che rifiutarono l’imposizione del giuramento fascista, 13 su 1251 accademici). Borgese era più anziano di Elisabeth di ben 36 anni. Dalla loro unione nacquero Angelica e Dominica.

La penultima figlia di Thomas Mann si occupò principalmente di letteratura, biologia e diritto marittimo; infatti, di particolare rilievo è il suo impegno per la salvaguardia dell’ambiente marino.

Elisabeth Mann Borgese

6. Michael Thomas Mann (1919–1977), l’ultimo figlioera un musicista e docente di letteratura tedesca. Studiò viola e violino a Zurigo, Parigi e New York.  Nel ’39, sposò la svizzera Gret Moser (1916-2007). Hanno avuto due figli, Fridolin e Anthony. In seguito adottarono una bambina, Raju.

Tra il ’42 e il ’47 ha lavorato come violinista nella San Francisco Symphony Orchestra e in seguito è apparso come solista in numerose tournée in Europa e America. Ha lavorato con il pianista Yaltah Menuhin.

Costretto a rinunciare alla musica a causa di una neuropatia, si dedicherà prima allo studio della letteratura tedesca all’Università di Harvard e successivamente all’insegnamento presso l’Università della California, a Berkeley.

Morirà suicida a Orinda (California) per una forte dose di alcool e barbiturici.

Michael Thomas

Ricapitolando Thomas e Katja Mann ebbero sei figli dotati di talento e genialità. La tensione tra il padre di famiglia e alcuni figli, spesso duro e litigioso ( in particolare con Klaus, Monika e Golo), è dovuto principalmente all’omosessualità nascosta e mai accettata di Thomas. Katja sapeva della sua insicurezza, del fatto che reprimeva tale segreto e i figli subirono la sua ipocondria ed emotività. I fratelli di Katja lo chiamavano ” il malato di fegato” per il colorito pallido. La prediletta di Thomas, , era sicuramente Erika, della quale accettava il suo essere lesbica, ma non digeriva l’omosessualità maschile di Klaus. Questo proprio perché invidiava in lui l’essere dichiaratamente gay. Infatti, attraverso il saggio Sul Matrimonio, si scaglierà con eccessiva foga contro l’omosessualità. Secondo Golo la bisessualità del padre era da considerarsi platonica nonostante nei suoi oltre tredici diari racconta spesso dei suoi amori maschili , ma senza mai possederli.

Il premio Nobel per la letteratura nel 1929, e autore de I Buddenbrook, Tonio Kroger, La morte a Venezia, La montagna incantata,  visse negli Stati Uniti, inizialmente disorientato , ma amorevolmente Erika gli fece da cicerone; nel ’52 lasciò il paese disgustato dal maccartismo (movimento anticomunista del senatore braccio destro di Nixon, McCarthy; una vera e propria caccia alle streghe di bassa lega. Anche Charlie Chaplin lasciò gli States per lo stesso motivo. Bertolt Brecht, l’unico vero comunista, si difese egregiamente in un processo).

I figli lo chiamavano Zauberer, il mago, perché Thomas era solito travestirsi con turbante e vesti orientali nei momenti di quiete familiare e giocare con loro interpretando il ruolo di un indovino orientale.


Katja Mann e i suoi sei figli, 1925

Thomas Mann

Breviario del Caos

11 Ago

Tratto da Breviario del caos (postumo, 1982) di Albert Caraco, filosofo e scrittore francese (1919-1971).

Siamo già troppo numerosi per vivere, per vivere non da insetti ma da uomini; noi moltiplichiamo i deserti a forza di esaurire il suolo, i nostri fiumi sono ridotti a sentine e l’oceano entra a sua volta in agonia, ma la fede, la morale, l’ordine e l’interesse materiale si uniscono per condannarci alla tribù: alle religioni occorrono fedeli, alle nazioni difensori, agli industriali consumatori, il che significa che a tutti occorrono bambini, non importa quello che ne sarà una volta diventati adulti. Ci spingono incontro alla catastrofe e non possiamo mantenere i nostri fondamenti se non andando alla morte, mai si è visto paradosso più tragico, mai si è vista assurdità più palese, mai ha ricevuto più universale conferma la prova che l’universo è una creazione del caos, la vita un epifenomeno e l’uomo un accidente. Non abbiamo mai avuto nessun Padre in Cielo, siamo orfani, sta a noi comprenderlo, a noi uscire dall’infanzia, a noi rifiutarci di obbedire a chi ci fuorvia e immolare chi ci vota all’abisso, giacché nessuno ci redimerà se non ci salveremo da soli.”

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