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Toy Story

26 Lug

Mi sveglio da un lungo torpore. Decido con vigore di fare lo Zio. Vado dritto da mia nipote (ancora uno scricciolo all’epoca) e le dico: domani andiamo a vedere Toy Story al cinema. Lei esplode di gioia come una supernova, io un pò meno, molto meno. In realtà, se devo dirla tutta, da quando è nata la prima nipote della famiglia, ero sollevato dal fatto che non sarei stato il più piccolo della casa. Tra me e lei c’è un fiume di quindici anni. Mi chiamavano lo zio giovane. Lei mi chiamava per nome senza mai anteporre quello sgradevole titolo. Clara l’ho vista evolversi nell’infanzia, ho perso quasi tutta la sua adolescenza e poi come una rivelazione mi è apparsa dopo alcuni anni una donna iridescente.

Eravamo pronti. O quasi. Clara era tutta in ghingheri, ricordo divertito come l’aveva vestita sua madre: una giacca argentata, una gonna nera e delle calze nere elasticizzate poco funzionali. Quelle calze disumane arrivavano poco al disopra delle ginocchia , ma scendevano continuamente, quindi spesso si doveva fermare per tirarle su. Il suo gesto era elegante, e per un attimo ho avuto l’impressione che lungo il cammino verso la sala cinematografica (l’unica del paese) la bambina mutasse ad ogni pausa. Una ragazza, è già una ragazza compiuta, mi dicevo.

Ora che ricordo, l’ho vista ragazzona. Ma dopo. Non ricordo quanto tempo passò, ma era prima della sua iscrizione all’Università, e Clara era decisamente grossa. Io ero diventato il grande Assente, un lungo periodo da dimenticare, e la cosa migliore che le ho detto quando la vidi fu: Ciao, cicciobomba, hai ingoiato un boing? Mi avrà dato del demente, come minimo. Tutte le notizie sul suo conto le raccoglievo da mio padre, quello che faceva, ciò che avrebbe voluto fare, i suoi risultati scolastici. Come una figlia lontana che non sa di avere un padre.

Infatti, ero suo zio. Il padre si sfondava l’anima (un numero di ore non quantificabile) con i dialoghi monotoni delle vacche da latte e quintali di merda sotto gli stivali. La madre nevrotica, poco incline alla tolleranza.

Ed eccoci al cinema. In ritardo. Il primo tempo era già in avanti, troppo avanti, quasi alla fine. Odiose calze? No, l’imbecille ero io, informato male sull’orario. Ma la brillante idea l’ha proposta Clara: Ci vediamo il secondo tempo e poi il primo nella seconda serata. Non potevo certo rifiutare, era un momento importante per lei, e in più mi stava salvando da una figura pessima.

Due bambini affossati nelle poltroncine scomode e puzzolenti. Certo, io ero un pò cresciuto, ma non troppo. L’idea di mia nipote aveva però una falla: si sarebbe fatto troppo tardi, e chi la sente la madre. Ma tant’è. Così vedemmo, due veri alieni, secondo e primo tempo della straordinaria storia dei giocattoli, Woody, BuzzLightyear e via discorrendo.

La bambina esprimeva un’attenzione tesa, occhi luminescenti e  gambe nervose. Uno splendore. La piccola fata bionda dalle guance tonde e rosse, quella che giocava con i suoi amichetti immaginari attraverso un mestolo di legno. Poi sostituito dalla Barbie.

Oggi mi chiedo perchè non sono stato abbastanza presente nella sua vita. Chiamarla spesso, magari, per dirle solo come stai, angioletto? E invece avrò il peso del mio allontanamento che avverto come uno degli errori più grandi della mia vita.

Fuori. Siamo fuori. E’ tardissimo. Clara è così galvanizzata dalla serata trascorsa che non arresta il flusso delle sue impressioni.

Ormai giunti a metà strada, le chiacchiere cedono il passo alla stanchezza. La piccola annuncia il suo malessere ai piedi, non ha più voglia di camminare, le scarpe sono nuove e stringono come una morsa. Vuoi che ti prenda sulle spalle? chiedo con timore, Se vuoi… mi fa lei: in trappola, che fesso.

Non era proprio leggera, ero un ragazzo smilzo con la pressione bassa. Ma che importa. Questo è il tratto che mi rende emozionato, il ricordo viene evidenziato proprio in questo passaggio. Clara sulle mie spalle, a cavalcioni, le sue braccia esili attorno al collo di suo zio, nelle mani le scarpe cattive. Ero un guerriero, il suo paladino, il cavaliere della notte. Il suo fiato dolce sulla mia guancia, un fagotto collassato dal sonno. Ecco il fotogramma di un ricordo che mi spezza lo sterno: troppo intenso per un uomo indolente e il cuore di un orso.

La notte, silenziosa, accordava l’impresa folle: condurre a casa un’accecante cometa.

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